Di seguito pubblichiamo l’intervento di apertura alla serata della Professoressa Gabriella Burba
Ringrazio gli organizzatori di questo incontro e il Comune di Cervignano che patrocina l’evento, ma soprattutto l’autore Angelo Picariello per aver dedicato tempo, energie e grande competenza nella ricostruzione a tutto tondo del fondamentale contributo che Aldo Moro ha dato alla nascita e allo sviluppo della Repubblica italiana. Angelo Picariello, nato ad Avellino, come Moro si è laureato in giurisprudenza, è stato per dieci anni consigliere comunale nella sua città natale, rivestendo anche l’incarico di assessore alla gioventù, e ha iniziato la professione di giornalista nell’emittenza locale seguendo le vicende del dopoterremoto in Irpinia.
Ha lavorato per Il Giornale del Popolo di Lugano, La Discussione, Sat 2000. Dopo una lunga collaborazione, dal 2000 è redattore parlamentare e quirinalista per Avvenire. È anche collaboratore della sezione culturale, per la quale segue soprattutto i temi della storiografia politica e le vicende della riconciliazione dopo gli anni di piombo. Un tema a lui caro, visto che nel 2019 ha pubblicato il libro “Un'azalea in via Fani. Da Piazza Fontana a oggi: terroristi, vittime, riscatto e riconciliazione”.
Nel 2007 aveva pubblicato “Capuozzo, accontenta questo ragazzo. La vita di Giovanni Palatucci”, il questore reggente di Fiume, nato in provincia di Avellino, morto a Dachau e dichiarato giusto fra le Nazioni per aver salvato migliaia di ebrei. Il Capuozzo del titolo è il padre di Toni Capuozzo che fu collaboratore di Palatucci a Fiume. Nel marzo di quest’anno è stato edito il libro oggetto dell’incontro di stasera, già presentato in molti e prestigiosi contesti, per cui ringrazio sentitamente l’autore della sua presenza fra noi.
Il libro mi ha riportato alla memoria molte vicende seguite da giovane sugli organi di informazione o vissute direttamente quando, tra il 1968 e il 1972, ero iscritta a sociologia a Trento, ma mi ha anche fatto scoprire molti aspetti di Moro che non conoscevo.
Cominciamo dall’emblematico titolo “Liberiamo Moro dal caso Moro. L’eredità di un grande statista”, titolo che nasce dal discorso che il nipote, Renato Moro, tenne al Quirinale nel 2016 per le celebrazioni dei cento anni dalla nascita dello zio. “Quasi 62 anni di vita contro 55 giorni. Possono questi ultimi “fagocitare”, come spesso purtroppo avviene, tutta una figura e una personalità?... Credo che occorra superare, per quanto è possibile, le vecchie contrapposizioni, che occorra “liberare” Moro – almeno in questo senso – dal carcere brigatista, che occorra mettere sullo sfondo il dramma che ha accompagnato la sua fine e occuparsi di lui come politico – naturalmente – ma anche come intellettuale, come giurista, come cristiano, come uomo.
A fare un politico, del resto, non sono solo le idee, la scala di valori, la cultura; sono anche la psicologia, gli affetti, i principi profondi e inconsapevoli, la mentalità...” Picariello, quindi, scrive: “La centralità della persona è il filo rosso che unisce l'impegno di Moro dall’Assemblea Costituente fino alla fine della sua vita e oggi per ricordare lo statista Aldo Moro nel suo impegno politico, nel suo impegno in Assemblea Costituente, nel suo impegno di giurista c'è bisogno di liberarlo da quella prigione in cui è ancora incarcerato nell'immaginario collettivo per cui ai giovani arriva soltanto l’immagine di un prigioniero dei terroristi. Il tentativo è quello di andare a vedere chi sia stato Aldo Moro”.
Tentativo molto ben riuscito attraverso i 10 capitoli in cui si snoda l’analisi dell’autore facendo emergere una coerenza di scelte e di atteggiamenti nelle diverse fasi della vita e nei diversi ruoli ricoperti da Moro, per cui già nelle sue prime lezioni di filosofia del diritto e poi di procedura penale si possono ritrovare i principi che guideranno i suoi interventi alla Costituente e le sue iniziative come ministro e Presidente del Consiglio. Per dare un’idea della completezza e dell’organicità dell’opera di Picariello vi cito i titoli dei 10 capitoli, preceduti dalla Prefazione del Card. Zuppi e dall’introduzione dell’autore: 1. Gli anni giovanili 2. Fascismo e antifascismo 3. Moro docente di filosofia del diritto 4. Moro costituente 5. Le lezioni di diritto penale 6. Il Sessantotto 7. L’incontro con i nuovi movimenti 8. Moro ministro degli Esteri 9. Cattolici e politica 10. L’epilogo. Sequestro, morte e riconciliazione.
Com’è evidente, non sarà possibile questa sera affrontare tutti i temi analizzati nel testo, che vi invito caldamente a leggere, perché il cattolico Moro, con riluttanza entrato in politica per obbedire a un dovere morale, ebbe uno sguardo presbite, anticipando molti temi diventati oggi ancor più pressanti, quali il dialogo (le famose convergenze) e la fraternità, che richiama immediatamente la “Fratelli tutti” di papa Francesco. Come scrive il Card. Zuppi: “Il divorzio cui oggi assistiamo fra cultura e politica, una politica che vive troppo spesso del giorno per giorno e di leadership personalistiche, è il contrario di quel che Moro testimoniò, come l’uomo saggio del Vangelo che ha costruito la sua casa sulla roccia”. Picariello, attraverso tutte le pagine di questo bel libro, ci propone soprattutto lo stile con cui l’uomo, il professore e il politico Moro ha esercitato il suo costante impegno per il bene comune: mitezza, ascolto, riflessione, dialogo con tutti, apertura al nuovo della storia, capacità di sintesi fra posizioni diverse.
Uno stile difficile da riscontrare oggi e quanto mai necessario. Inizio quindi a rivolgere alcune domande all’autore, facendo una scelta sui temi trattati, peraltro molto interconnessi fra loro.
1. Uno dei due capitoli più lunghi del libro riguarda il Moro costituente, mettendo in rilievo il grande contributo proposto nella Commissione dei 75 e nella prima sottocommissione sui diritti e doveri dei cittadini, con particolare riguardo a quelli che oggi sono i principi fondamentali e in particolare i primi tre articoli.
Interessantissimo quanto lei riporta dei rapporti tra Moro e Togliatti, poi mi piacerebbe anche un cenno a Giuseppe Bettiol, da lei più volte citato, visto che è nato a Cervignano, è stato nel 1938 il primo docente di diritto penale nella neonata facoltà di giurisprudenza a Trieste e nel 1947 faceva parte della Commissione di concorso che attribuì a Moro il ruolo di professore di diritto penale all’Università di Bari. A Lei la parola.
2. Da ex insegnante, mi affascina la figura da Lei messa in risalto del Moro educatore, non così nota come quella del Moro politico. Dai rapporti personali con i suoi studenti, che venivano prima degli impegni istituzionali, al suo ruolo come ministro dell’istruzione, che nel 1958 introdusse l’educazione civica e la legge sull’insegnamento dell’educazione fisica nonché un piano di investimenti per la scuola e Telescuola, fino alle tesi di laurea che avrebbe dovuto discutere con i suoi studenti il giorno stesso del rapimento, poste in una borsa sul sedile posteriore dell’automobile crivellata di colpi.
3. L’impegno degli ultimi anni di vita di Moro è rivolto soprattutto ai rapporti internazionali, con una visione ispirata a quella che Lei definisce una riflessione semplice e rivoluzionaria: “Il dialogo è l’alternativa alla guerra”. Da ministro degli esteri riuscì a portare alla firma nel 1969 il cosiddetto “pacchetto” per l’Alto Adige e, quando era nuovamente Presidente del Consiglio, nel 1975 arrivò a conclusione il tormentato negoziato sul confine orientale con il Trattato di Osimo, contro il quale ci furono aspre critiche. Ma lei, non a caso, scrive: “La visione di Moro trova così riscontro a cinquant’anni dal trattato di Osimo nella simbologia di Gorizia e Nova Gorica, proclamate insieme Capitale europea della Cultura nel 2025…”. Poi gli Accordi di Helsinki, da lui firmati nel duplice ruolo di Presidente del Consiglio Italiano e Presidente in esercizio del Consiglio delle Comunità Europee. Pace, giustizia sociale, diritti umani, giustizia riparativa, disarmo, multilateralismo, “anacronismo delle nostre frontiere e della nostra sovranità nazionale”, “Due popoli-due Stati”: era già tutto scritto. Che cosa abbiamo fatto di questa eredità